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lunedì 2 gennaio 2017

"La natività al centro", presepi artigianali in mostra ad Avellino

Gerardo Melillo, curatore della mostra di presepi
"La Natività al centro"


Intervista a Gerardo Melillo, tra i curatori della mostra di presepi artigianali “La Natività al centro", in esposizione al duomo di Avellino dall’11 dicembre 2016 all’8 gennaio 2017, intitolata alla memoria di Mariano Cesa.

Buonasera. Desidero per prima cosa fare i miei complimenti a lei e ai suoi collaboratori per avere creato questa bella mostra  dedicata ai presepi irpini.
Come è quando è nata la passione per il presepe e l'idea della mostra?

La passione per il presepe la porto con me sin da piccolo, ricordo che ogni anno, a Natale, insieme a mio fratello più grande, andavo a raccogliere il muschio in campagna per adagiarlo poi sul presepe che tenevamo in casa. Ricordo che facevamo le casette con le scatole di cartone, le dipingevamo e le posizionavamo tutte intorno alla grotta, i pastori di terracotta napoletana li acquistavamo di anno in anno, all'emporio sotto casa, erano bellissimi, sembrava quasi  si muovessero tanto erano posizionati con cura poi, in aggiunta,  le pecorelle che mi emozionavano particolarmente. Insomma a Natale si costruiva il presepe che acquisiva maggiore vigore quando in casa si riceveva la visita degli Zampognari che suonavano delle melodie bellissime, con addosso gli abiti tipici dei pastori.
L'idea della mostra nasce nel 2006, ero Presidente della Circoscrizione del Centro Storico di Avellino, ricordo che un giorno vennero in sede tre persone con la passione del presepe, nel riceverli e nell'ascoltare le loro storie fui colpito dalla loro passione, risvegliarono in me tanti ricordi e insieme concordammo che avremmo dovuto organizzare una mostra per la città di Avellino. Diedi loro tutto il supporto necessario individuando nella Cripta di San Biagio il luogo ideale per l’esposizione. Grazie al Parroco, don Mario Famiglietti, al Priore dell’Arciconfraternita di San Biagio, al consiglio circoscrizionale ed ai tanti presepisti che riuscimmo a mettere insieme per l’occasione, organizzammo una mostra di ottimo livello, sia per contenuti artistici  che per partecipazione. Da quell’anno in poi nulla più ha spezzato il nostro legame e, ancora oggi, pur con mille sacrifici,  riusciamo  a creare per la città un luogo suggestivo da visitare, fatto di tradizione e di passione.

Chi sono gli autori che espongono? Chi collabora al progetto?

Gli autori che espongono sono per la maggior parte irpini, c’è qualcuno di Napoli e anche della provincia di Salerno, numerosi della città di Avellino e dei paesi limitrofi.
Il progetto è ormai consolidato, eccezion fatta per la location, che può variare di anno in anno. Tutto il lavoro organizzativo, di preparazione, di allestimento e di recupero delle opere artistiche è curato esclusivamente dai componenti dell’associazione i quali con i propri mezzi e risorse proprie danno vita a questa iniziativa che nulla ha da invidiare ad altre iniziative simili, presenti lungo tutto il territorio nazionale.
Molti dei soci espongono proprie opere in tanti luoghi, a Napoli e nei paesi del suo circondario tanto per citarne qualcuno, fino in Umbria a Città Di Castello etc. etc. 
Nel nostro piccolo abbiamo potenzialità enormi, in mezzo a noi ci sono scultori, artisti della scenografia, sarte e sarti che sanno cucire  vestiti in seta per i  pastori ispirati al 700 napoletano. Tutte queste qualità ci consentono buone capacità d’azione, discreta autonomia e tanta dimestichezza nell’approntare sale con gusto e competenza. 

Come mai dedicarsi alla costruzione dei presepi e non ad altre forme di modellismo?

Il presepe rappresenta la nascita di Gesù, quando lo si costruisce si tiene conto innanzitutto dell’aspetto religioso, il sentimento che interviene  è difficile da descrivere. La gioia di realizzare un opera di arte presepiale, la riproduzione in piccolo di scene di vita reale secondo i canoni del presepe napoletano e/o quello storico assumono un fascino particolare cosi come la relazione che si stabilisce tra chi realizza l’opera e l’opera stessa .
Fare un presepe, per me , oltre a  questo è anche un modo per ritrovarmi intimamente , per esprimere tutta la mia creatività.

Secondo lei costruire un presepe o fare un'attività di modellismo aiuta a meditare? È rilassante?

Ho trascorso molte ore a costruire presepi e di tutte le misure, utilizzando pastori di diverse dimensioni. Posso senz’altro affermare che tale attività per me è risultata rilassante e di aiuto alla meditazione, durante il tempo dedicato a tale attività non vi è stato mai, pur stando in piena solitudine, e dico mai, un solo momento di tristezza , anzi gioia allo stato puro ed empatia con l’opera a realizzarsi .  I lavori manuali  aiutano a stare meglio e la costruzione di un presepe aiuta anche spiritualmente.

Quanto tempo le è occorso per costruire i suoi presepi presenti nella mostra?

E’ difficile stabilire quanto tempo si impiega per costruire un presepe, il motivo è presto detto, vicino ad un presepe non si finisce mai di operare. Comunque orientativamente un anno e mezzo per tutti e tre i pezzi. Quando si lavora per passione e non per fare commercio si è più meticolosi , si   ricerca la massima cura tentando la via della perfezione. Ogni presepe artistico, immaginato , pensato e costruito con amore , emana un fascino particolare tale da renderlo unico.

La mostra sta riscuotendo un discreto successo di pubblico e critica. È ubicata nel cuore del centro storico di Avellino e ormai ha molti anni di vita; perché, secondo lei, riscuote tanto successo?

La mostra ha acquisito negli anni una tradizione consolidata, di anno in anno aumentano i visitatori anche grazie alla varietà di opere sempre nuove e suggestive.
Riscuotiamo tanto successo perché nel nostro piccolo riusciamo a trasferire emozioni. La nostra capacità di relazione e la passione che teniamo fanno da traino per un evento che a Natale è sempre atteso.

Lei e i suoi collaboratori porterete la mostra fuori Avellino? Pensa che l'interesse verso di essa sia legato all’aspetto religioso o che possa avere altre motivazioni che consentano un ampliamento del pubblico? Per esempio, pensa che i ragazzi possano essere attratti da questo evento?

La mostra è della città e quindi tale rimane, non abbiamo alcuna intenzione di   spostarla. Certo è che nessuno ci vieta di partecipare e/o collaborare all’allestimento di altre mostre in altri territori, come del resto già facciamo e faremo ancora.
I rapporti dell’associazione e di ogni singolo socio sono tali da consentire uno scambio continuo di opere, esperienze e buone pratiche con altri che come noi hanno a cuore la tradizione del presepe ed il trasferimento di tale passione alle future generazioni. Quest’anno in particolare abbiamo avuto il piacere di avere in mezzo a noi qualche giovane in più, altri si sono mostrati interessati durante le visite effettuate. Ritengo di poter affermare che i ragazzi sono comunque attratti da tale arte, non so in che misura, certamente sta a noi  fare in modo che accada nella maniera più ampia possibile, magari organizzando dei corsi e perché no affidando loro, ai più meritevoli, anche ruoli importanti nella gestione.

Avrebbe, da cittadino e senza fare riferimento a gruppi politici, qualche suggerimento per la valorizzazione delle risorse del capoluogo?

All’ultima domanda non rispondo, volutamente e non per mancanza di idee. Colgo l’occasione per ringraziarla personalmente per l’interesse mostrato nei miei confronti e per le parole di gradimento espresse per la nostra iniziativa. Spero di non aver disatteso le sue aspettative circa le risposte date e che magari in futuro si possano sviluppare altre opportunità come questa  per tentare di approfondire ulteriormente questi temi.
La saluto cordialmente e le invio i miei migliori auguri per il nuovo anno, sia per tutti migliore.

Grazie a lei della sua disponibilità e buone feste!

lunedì 23 maggio 2016

"Il dialogo": piccola realtà irpina di ampio respiro. Intervista al direttore Giovanni Sarubbi

Quella che segue è l'intervista a Giovanni Sarubbi, direttore de "Il dialogo" (www.ildialogo.org), giornale online nato a Monteforte Irpino (AV), votato al dialogo interreligioso e alla cultura della pacifica convivenza tra i popoli.

La home del giornale online "Il dialogo", fondato da Giovanni Sarubbi


D._ Buonasera, Direttore. Vorrei rivolgerle alcune domande circa la sua rivista online “Il dialogo” (www.ildialogo.org), un periodico di cultura, politica e dialogo interreligioso dell’Irpinia.
Un giornale molto ricco, interessante, senza scopo di lucro, basato sul lavoro volontario.
Quando è nata l’idea di un giornale di così ampio respiro? A quali esigenze risponde?

R. Il giornale è la continuazione su internet di un giornale cartaceo che si è stampato a Monteforte Irpino dal 1996 al 1998. Tre anni molto impegnativi sul piano politico e sociale. Allora il giornale aveva lo scopo di risvegliare la stampa politica cittadina e si inseriva in un progetto politico legato ai partiti di quello che allora si chiamava ULIVO. C’era un gruppo di persone che collaborava che faceva parte sia dell’allora PDS, sia dell’allora Partito Popolare, cioè dei partiti che avevano sostituito rispettivamente PCI e DC. Oltre ai fatti locali il giornale spaziava su molte problematiche di tipo nazionale, quali l’ambiente ed il dialogo interreligioso. In quegli anni si stabilì un rapporto con il Villaggio Evangelico sito a Monteforte, che allora era gestito ancora dalla Tavola Valdese. Quando poi nel 1998 il gruppo che aveva dato vita al periodico, che si stampava ogni 15 giorni ed andava letteralmente a ruba, si sciolse perché perse le elezioni comunali, io rimasi solo e fu quasi automatico il suo trasferimento on-line su Internet che allora stava cominciando a consolidarsi.
Il giornale come è adesso è legato sostanzialmente alla mia passione cinquantennale per il giornalismo. Ho cominciato a scrivere articoli all’età di 14-15 anni e da allora ho sempre continuato prima su vari fogli ciclostilati, come si usava negli anni 60 e 70, poi su giornali nazionali legati a partiti politici di sinistra. Ed è proprio questa esperienza che mi portò nel 1984 alla iscrizione come pubblicista all’albo dei giornalisti. Ho poi collaborato a diversi giornali locali e nazionali, quali “Il Mattino” di Napoli, o riviste dell’area religiosa come Tempi di Fraternità, Confronti, il settimanale della diocesi di Avellino “Il Ponte”. Ed alcuni altri periodici provinciali. Il giornale on-line nacque quasi per scommessa durante una discussione all’interno di un gruppo interreligioso che allora esisteva ad Avellino e di cui facevo parte. Per un annetto feci le prove su uno spazio web gratuito e poi registrai il dominio www.ildialogo.org su cui attualmente è installato il giornale. La svolta fu la tragedia dell’11 settembre del 2001. In quella occasione mi fu chiesta la disponibilità ad ospitare sul sito l’iniziativa della giornata del dialogo cristiano-islamico che fu lanciata proprio subito dopo quei tragici eventi. Seguendo quella esperienza il giornale si è andato via via sviluppando e arricchendo di argomenti, ce ne sono un centinaio attualmente sul sito, su tutto ciò che si muove nell’ambito religioso o politico sociale. Argomenti di punta del sito sono stati la questione dei preti pedofili, di cui siamo stati fra i primi ad occuparci, o la questione dei preti sposati o della omosessualità in rapporto alla chiese cristiane. Ci siamo legati ai movimenti di base della chiesa cattolica ma anche a quelli di matrice protestante. Oggi il sito risponde alle esigenze di quanti cercano informazioni sui temi della pace e del dialogo interreligioso o di una spiritualità scevra da ritualismi e gerarchie, libera  e liberante. Esigenze che in numeri significano una media di visite giornaliere al sito di oltre 6000 persone, circa 200mila al mese e oltre due milioni l’anno.

D._ Il giornale è nato in Irpinia, ma non si rivolge espressamente a un pubblico irpino. Il tema principale del suo giornale sembra essere il dialogo interreligioso: quest’ultimo è presente, in Irpinia? Il suo giornale ha dato un contributo sostanziale a tale dialogo nella piccola realtà territoriale irpina?

R. Il dialogo interreligioso è stato presente in Irpinia e ha sviluppato numerose iniziative, alcune di portata addirittura mondiale. Il tutto si è sviluppato quando ad Avellino era vescovo il compianto mons. Antonio Forte che credeva fermamente nel dialogo ecumenico ed interreligioso. Fino a quando c’è stato lui alla guida della diocesi la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani si faceva molto seriamente e così quella del dialogo con gli ebrei. Sempre mons. Forte fu tra i primi firmatari dell’appello per la giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico, promuovendo iniziative su tale terreno con diverse manifestazioni per la pace fatte in città e con diversi incontri con imam musulmani. C’è stato, ad esempio, un incontro interreligioso in una chiesa della diocesi durante la quale un musulmano irpino parlò dall’altare durante l’incontro, cosa che fino a quel momento era un tabù. Con la sua sostituzione il dialogo ecumenico ed interreligioso è praticamente scomparso, anche per il contemporaneo trasferimento di alcuni preti, anch’essi legati all’ecumenismo, con i quali abbiamo sviluppato numerose iniziative. Si, in quell’epoca come giornale abbiamo dato un contributo sostanziale al dialogo interreligioso. Ricordo, ad esempio, un dibattito sul tema della intercomunione tra cattolici e protestanti di cui abbiamo avuto un episodio in Irpinia, credo unico al mondo. Episodio che provocò molto rumore e scompiglio sia in ambito cattolico sia in ambito protestante ed in particolare nella chiesa valdese.

D._ Molto sentito, nel suo giornale, è anche il problema della guerra e della necessità di porvi fine; ma, nella realtà, l’obiettivo della pace sembra essere molto lontano. Lei crede che il dialogo interreligioso possa davvero contribuire alla pace? Non crede invece che, considerata la tendenza degli esponenti religiosi ad affermare la supremazia della propria religione sulle altre, già questo di per sé pregiudichi la possibilità reale di dialogare, allontanando quindi la pace? O sono altri a non volere la pace?

R. Le religioni, per lo meno fino alla Pacem in Terris di Giovanni XXIII, sono state a rimorchio dei rispettivi governi quando essi scatenavano la guerra. È successo così ancora nel secolo scorso sia con la prima che con la seconda guerra mondiale. Le varie confessioni cristiane hanno combattuto armi in pugno l’un contro l'altra armate per sostenere i propri principi, imperatori, presidenti della repubblica. Cattolici e protestanti in Germania, ai tempi di Lutero, erano alleati nella lotta contro i contadini nella guerra dei trent’anni. Guerra che era sostenuta teologicamente da una corrente riformatrice radicale, gli anabattisti, che rifiutavano la sottomissione ai principi, che fu sancita nella pace di Augusta con la famosa formula “cuius regio eius religio” (cioè "Di chi è la regione, di lui si segua la religione"). Gli eserciti uniti cattolici-protestanti distrussero questa corrente radicale che si era asserragliata nella città di Munster. Fra le confessioni cristiane e le religioni esiste un ecumenismo del male che è molto forte ed ancora esistente. Sulle cose che negano le stesse fondamenta delle rispettive religioni, tutte le religioni vanno d’accordo, a cominciare da quel “non uccidere” che è scritto in tutti i codici religiosi esistenti. Io penso che oggi sia sempre tempo di dialogo fra le religioni. "Non c'è pace tra le nazioni senza pace tra le religioni. Non c'è pace tra le religioni senza dialogo tra le religioni. Non c'è dialogo tra le religioni senza una ricerca sui fondamenti delle religioni". Lo ha scritto il grande teologo e storico Hans Küng. Questa frase campeggia come introduzione alla sua trilogia su Ebraismo, Cristianesimo ed Islam. Quella del dialogo è una strada certo irta di ostacoli ma è l'unica che uomini e donne di volontà buona possono seguire. Tutte le altre portano alla guerra e all'autodistruzione. Abbiamo invece bisogno di teologi che in tutte le religioni sappiano costruire il dialogo. Finora teologi e filosofi sono spessissimo stati usati per supportare, con le loro idee, la guerra. Per la sopravvivenza dell'umanità abbiamo ora bisogno di teologi e filosofi per il dialogo. È questo l'impegno per il quale noi lavoriamo e vogliamo continuare a lavorare.

D._ Noto che il suo giornale conduce alcune battaglie; recentemente ha iniziato a pubblicare una rassegna su “prostituzione, pornografia, pedofilia”. Con quali obiettivi e con quali risultati?

R. Fra le cose che facciamo ci sono quattro rassegne stampa quotidiane. C’è quella sull’Islam, quella sui Brics, quella sulla chiesa cattolica, ed infine quella da lei indicata. É un modo per mettere in circolo notizie su cui riflettere. Quella su “prostituzione, pornografia, pedofilia” ha il preciso scopo di suscitare una sensibilità contro fenomeni devastanti che oramai proliferano soprattutto su Internet. La pornografia è diffusissima e si può capitare su un sito pornografico anche senza volerlo. Le email spam diffondo spessissimo materiali pornografici o link a siti pornografici nascosti in link apparentemente innocui. La pedofilia e la pedopornografia, usano abbondantemente la rete internet per diffondere tali materiali. Insomma abbiamo creduto essere per noi un obbligo morale di fare qualcosa contro tali pratiche che degradano la persona umana e che recano gravissimi danni ai bambini e alle donne. Siamo anche contrari alle varie proposte di legge, di marca fascista e leghista, che vogliono legalizzare la prostituzione, ritornando alla mostruosità dei bordelli del regime fascista. Sono cose inaccettabili contro cui è necessaria una ribellione morale della società sempre più aggredita da spettacoli indecorosi e violenti nei confronti delle donne e dei bambini.

D._ Lei è anche uno scrittore; di recente, ha presentato un libro dal titolo “Avventisti, Christian Science, Mormoni, Testimoni di Geova” per la collana FattoreR, edizioni EMI. Ce ne vuole parlare, in breve?

R. È un libro nato nell’ambito di una collana che ha cercato di fare il punto e descrivere quasi tutte le religioni esistenti. A me è stato affidato il compito di descrivere le quattro religioni nate nel 1800 negli USA. È un libro che io ho scritto perché, come ricordava Kung, per fare dialogo fra le religioni è necessario conoscere i fondamenti su cui esse si basano. È un modo con il quale ho voluto impegnarmi personalmente su tale terreno.

D._ Oltre che scrittore, è anche poeta. Vorrebbe qui scrivere e commentare una poesia che le piacerebbe far conoscere?

R. Definirmi poeta mi sembra eccessivo. Nel corso della mia vita ne ho scritto molte ma non le ho mai pubblicate. Alcune le ho pubblicate recentemente sul sito e riguardano la guerra. È una problematica che mi coinvolge molto e che mi fa soffrire molto. La pace, nella tradizione islamica, è uno dei nomi di Dio. È forse il nome più bello e il più invocato. Vorrei che fossimo tutti poeti della pace, che ognuno di noi riuscisse a tirare fuori dal proprio animo pensieri di pace su cui costruire relazioni, amicizia, solidarietà, senza la quale l’umanità semplicemente non esiste. Ve ne propongo una, l’ultima, amara e dolorosa, che rappresenta bene il dolore che ho nel mio cuore.

UNA BOTTA E VIA
di Giovanni Sarubbi

Gli avevano detto di sorridere, di cantare, di gridare viva l'Italia.
La banda suonava marce militari,
e i bambini applaudivano,
e buttavano coriandoli come ad una festa.
I soldati in colonna marciarono davanti a loro.
Presentarono le armi ai loro familiari.
Si imbarcarono per terre lontane,
tutti volontari, tutti convinti di andare in guerra.
Un vescovo li benedisse e disse una preghiera su di loro.
Era una orazione funebre, ma loro la presero per un incitamento.
Erano già morti.
Lo sapevano i generali.
Lo sapeva il governo che aveva deciso la guerra.
Lo sapeva il vescovo che li benedisse.
A loro avevano detto che sarebbe stato facile,
una botta e via.
In 15 giorni li facciamo fuori tutti e torniamo ricchi.
Questa era la promessa.
Erano 5000, non ne tornò che uno.
Degli altri neppure la piastrina di riconoscimento.
Si guardava intorno come stralunato.
Provarono ad interrogarlo. Non rispose.
Provarono ancora. Non rispose.
Era morto ma vivo.
Aspettava che qualcuno togliesse la spina.



D._Grazie della sua cortese disponibilità!




sabato 21 maggio 2016

La saggezza dell'Imam Ataul Wasih Tariq cambia la prospettiva

Le sagge ed equilibrate risposte dell'Imam Ataul Wasih Tariq dimostrano che dell'Islam e di coloro che lo hanno abbracciato, non sappiamo quasi niente. 
Immagine di una pagina del sacro Corano, reperita sul web
D.- Buonasera. Per prima cosa, desidero ringraziarla di avermi concesso questa intervista.
Lei ha, recentemente, partecipato a un incontro tra esponenti di diversi credi religiosi, svoltosi a Cagliari; mi colpisce il fatto che tale incontro sia stato organizzato presso un’abitazione, anziché essere aperto al pubblico. Chi ha organizzato l’incontro e quali fedi hanno partecipato? C’è una motivazione particolare al fatto che si sia svolto presso un’abitazione privata? Quali erano gli obiettivi di questo incontro?

R.
Non è stata una mia decisione organizzare un programma su piccola o grande scala. Del resto, il mio viaggio in Sardegna prevedeva anche una visita alla Facoltà di Scienze Politiche, dove avrei parlato a circa 70-80 persone ed una lezione in un noto liceo del capoluogo alla presenza di un cospicuo numero di studenti e insegnanti. È anche vero che amo partecipare a piccoli eventi, dove è possibile sviluppare delle relazioni personali. La pace non si può realizzare parlando in grandi incontri; è più facile la si consegua a piccoli passi, attraverso piccoli gesti quotidiani ed il reciproco rispetto. Ho stretto diversi rapporti di amicizia nel corso di incontri accoglienti in case private. Viviamo sfortunatamente in un momento storico in cui predomina una prospettiva distorta sull’Islam ― veicolata dai media del mainstream ― che produce paura, discriminazione e odio. Questi sono segnali allarmanti ed una minaccia per un’auspicata, pacifica società di domani. È importante considerare che in alcuni confinanti paesi europei, un alto numero di musulmani immigrati, anche di terza generazione, non sono stati pienamente integrati nella società ospite, rappresentandone una minaccia interna. Credo sia importante comportarsi da buoni cittadini, sperando e pregando che questo grande paese possa diventare un modello di pace, tolleranza e progresso. In veste di teologo, ho intenzione di fare il possibile per avvicinare le persone, spiegando ed illustrando attraverso il mio esempio vivente che l’Islam non è una religione di cui avere paura, che la collaborazione tra società orientali ed occidentali si è rivelata fruttuosa per lo sviluppo globale e che ci sono tutte le possibilità perché lo sia anche in futuro.

D.- Nell’attuale società multietnica e quindi anche caratterizzata da una pluralità di credi religiosi, con quali modalità  l’Islam può contribuire alla cooperazione locale, nazionale e internazionale?

R.
L’Islam è una religione ed il suo principale obiettivo è formare persone spirituali che vivano una vita esemplare al servizio dell’umanità.
Per citare il Sacro Corano:

«Sorga tra voi una comunità che inviti al bene, raccomandi le buone consuetudini e proibisca ciò che è riprovevole. Ecco coloro che prospereranno». (Il SacroCorano, Capitolo 3: Verso 104)

Educando al Corano e al valore profondo della nostra religione e pregando che i musulmani diventino buoni credenti, impermeabili alle tentazioni mondane, l’Islam ha prodotto in passato, e – a Dio piacendo – produrrà in futuro persone in grado di realizzare una società pacifica. Gentilezza, amore, rispetto per i diritti degli altri – fondamentali insegnamenti coranici – eserciteranno un effetto positivo alla base ed ai vertici della società. Tutte le religioni, del resto, propongono una simile griglia di valori e la bontà è contagiosa.   


D.- Com’è possibile, secondo il suo punto di vista, conciliare le varie “anime” dell’Islam, da quella più estremista a quella che a un osservatore esterno può apparire diametralmente opposta rappresentata, per esempio, dal nuovo sindaco di Londra? Lei ritiene che siano lo stesso Islam?

R.
Questa domanda mi mette in difficoltà in quanto si postula che ci troviamo di fronte, da un lato, a gruppi islamici violenti e, dall’altro, ad espressioni moderate dell’Islam. In questo modo si “parte con il piede sbagliato”. Cosa sarebbe della cristianità se la giudicassimo a partire da quei cristiani che ordinarono le crociate o dalla Santa Inquisizione? O anche da quei cosiddetti paesi che scrivono “abbiamo fede in Dio” sulle loro banconote, le stesse utilizzate per comprare e vendere armi e che sono dunque responsabili dell’assassinio di migliaia di persone innocenti nel mondo? È giusto ricondurre le religioni alle azioni di alcuni individui? Nei miei discorsi pubblici e nelle mie lezioni, cerco di evidenziare che non esistono un Islam moderato ed uno violento. L’Islam è l’Islam, una religione basata sul Corano e sul suo Profeta Muhammad (La pace sia su di lui). Noi dovremmo ritornare alla lettura del Corano, ciascun capitolo del quale inizia con l’invocazione a un Dio benevolo e misericordioso. Dobbiamo approfondire l’etica che il Profeta (La pace sia su di lui) ha proposto e seguirla. DA NESSUNA PARTE possiamo trovare, nelle fonti originali dell’Islam, una giustificazione per qualunque sorta di atto barbarico eseguito dal cosiddetto califfato dell’ISIS.

D.- Quali sono i compiti di un Imam nella comunità locale e nei rapporti con le istituzioni? Che similitudini e che differenze col sacerdozio cattolico?

R.
Essere un Imam non è un lavoro, né rappresenta una carica religiosa particolarmente autorevole. Un Imam è la persona relativamente più preparata (in relazione, cioè, alle persone presenti) per guidare le preghiere quotidiane. In Italia, gli Imam sono, generalmente, persone comuni che hanno una maggiore conoscenza della propria religione, tutto qui! Tuttavia, qualunque cosa accada nel mondo, i giornalisti cercano una qualche autorità religiosa cui riferirsi e, nel mondo islamico, gli Imam, senza sapere che questi non possono avere una conoscenza profonda al punto da poter esprimere i veri insegnamenti dell’Islam. Dunque ogni Imam esprime le proprie convinzioni e i propri sentimenti e questo ha portato un grave danno d’immagine, per l’Islam, in Italia. Per quanto riguarda il mio umile caso, ho studiato l’Islam in profondità, ho seguito un corso intensivo, di sette anni, in scienze religiose e sono stato mandato in Italia dal Califfo Mirza Masroor Ahmad, capo mondiale della Comunità Islamica Ahmadiyya (http://www.khalifaofislam.com/ ). Oggi sono un teologo e studioso di religioni, con la missione di trasmettere alle persone gli autentici insegnamenti dell’Islam. Nell’ambito della comunità italiana, sono anche l’Imam che guida le preghiere ma non è la mia carica ufficiale.

D.-Quanto lei ritiene che la comunità non islamica abbia una conoscenza approfondita di quella islamica? Quanto le è ostile o, al contrario, amica?

R.
Come ho già accennato, purtroppo la conoscenza dell’Islam è, generalmente, scarsa. Coloro che affermano di aver approfondito l’Islam, lo hanno fatto attraverso studi probabilmente incompleti e, non di rado, faziosi. I media italiani citano versi coranici a sproposito e dunque il grande pubblico è oramai incline a pensare all’Islam come a una religione violenta. Ricordo la mia prima conversazione con un italiano; nel momento in cui mi qualificai come un Imam, costui mi disse: “dunque sei un terrorista”. Sono riuscito a spiegarmi e, alla fine della conversazione, eravamo diventati amici. Purtroppo, come ho già accennato, anche i musulmani hanno una conoscenza scarsa dell’Islam. Specialmente i giovani. In Italia non abbiamo insegnanti qualificati; le moschee offrono solo insegnamenti (incluse le letture del Corano) in arabo, senza dar modo di approfondire e senza nemmeno dare delle traduzioni. Il risultato è che, da un lato, assistiamo a una forte influenza dei media che si traduce in discussioni quotidiane nelle scuole, sui posti di lavoro, eccetera; dall’altro, i giovani non hanno modo di verificare quanto si afferma (e finiscono per crederci) riguardo all’Islam. Mi sono molto rattrisitato quanto una diciassettenne musulmana mi ha detto di aver paura di andare a scuola perché, ogni giorno, la sua insegnante riporta affermazioni dei media circa l’Islam e le sue compagne di classe hanno iniziato a qualificarla come terrorista.

D.- La riunione alla quale lei ha partecipato, è sfociata in un’azione collettiva o in un documento di sintesi? Quanto ritiene sia stata effettivamente utile e costruttiva?

R.
Non sono sicuro sia stato prodotto questo documento, credo sia meglio chiedere agli organizzatori. Quello che è più importante è che ho visto fratelli e sorelli di diverse fedi mostrare un autentico interesse per quanto andavo esponendo. Mi hanno seguito con pazienza e attenzione. Non ho bisogno di alcun documento ufficiale, se sono riuscito a persuadere anche il cuore  di una singola persona che l’Islam è una religione di pace ed il suo Profeta un uomo compassionevole, tollerante e pronto al perdono, questo è più che sufficiente. È difatti il cuore dell’uomo che è davvero in grado di cambiare il mondo che lo circonda.


D.- Grazie davvero per la Sua  gentile collaborazione.


mercoledì 4 maggio 2016

Spazio alla fede

A breve, intervisterò esponenti di varie religioni, con l'intento di dare una visione organica della esigenza di spiritualità dell'essere umano, nella speranza di contribuire all'unità e non alla divisione.