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venerdì 7 ottobre 2016

DALLE INSONNIE AL SUICIDIO: MA AVREBBE VOLUTO FARLO PRIMA



                                                   
Salvatore Massimo Fazio,
filosofo, pedagogista, musicoterapeuta, pittore e scrittore catanese

DALLE INSONNIE AL SUICIDIO: 

MA AVREBBE VOLUTO FARLO PRIMA

 L'apologia dell’inutile e del nulla del filosofo catanese 

Salvatore Massimo Fazio




- Buonasera dottor Fazio. Siamo al lancio del suo nuovo libro, "REGRESSIONE SUICIDA", Bonfirraro editore: un titolo inquietante...
La copertina di "REGRESSIONE SUICIDA"

- Buona sera a lei; le spiace togliere il titolo accademico che come un cretino mi sono guadagnato all'università e che preferisco usare solo per ruoli burocratici!?

- Come vuole essere chiamato? La parola cretino non le sembra eccessiva?

- Mi chiami Massimo, come fanno tutti, o Salvo, come coloro che non mi conoscono. Per nulla, cretino è eccessivo, tutt’altro, è l'apprezzamento più alto per chi si piega alla sciocchezza dell'accademia.

- D'accordo. Ma il titolo del suo libro apre scenari che poco sembrano avere a che fare con la filosofia, o sbaglio?

- Probabilmente perché lei si è fermata alla filosofia accademica: da Talete a Gadamer. Non è detto che non vi siano nuovi pensatori o sviluppatori di tesi. Pensi a pensatori dello spessore di Diego Fusaro, Giuseppe Carbone o Davide Bianchetti. Filosofi puri. E comunque questa mia quarta opera è un trattato di filosofia sistemico, quasi mi vergogno ad averlo prodotto in 6 anni.

- “Regressione suicida” è il quarto libro dopo “I dialoghi di Liotrela. L’albero di Farafi o della sofferenza”, “Villa regnante” e “Insonnie. Filosofiche, poetiche, aforistiche”. Può delineare il percorso che il suo pensiero ha compiuto attraverso queste quattro opere?

È proprio da “L’albero di Farafi” che assieme ad un collega, Giovanni Sollima,
Da sinistra: il filosofo Salvatore Massimo Fazio
e lo psichiatra Giovanni Sollima
 ho voluto affrontare la tesi del dolore. Lavoravamo assieme in una struttura ad alta densità per disabili psichici, desideravamo onorare gli ospiti che vivevano il malessere amplificato dalla negazione della psichiatria svolta dai non addetti ai lavori. Da lì e dalla mia inclinazione al realismo, che in troppi dicono pessimismo (ma non mi sono mai lamentato) è partito tutto. Osservazioni su quella 'canagliata' che è il vivere, mi spingono a scrivere Villa Regnante, un'opera frivola rovesciata: tutto è nel dolore di chi pensa di comandare... Frattanto, di notte, a causa di una malattia che mi ha accompagnato per 11 anni, l’insonnia per l’appunto, scrivevo frammenti, tra malesseri e sofferenze, che conservavo. Anni dopo incontrai Manlio Sgalambro: li lesse e, dopo qualche tempo, mi invitò a pubblicare. Il filo conduttore è l'esistenzialismo che ti sopprime e tu, essere umano, devi accettare, subire e trovare conforto nell'illusione di 'eccipienti' che la mente si inventa - e ti smaschera - o che l'uomo si inventa: la prostituzione a basso prezzo, la droga (paradossalmente non il farmaco, che è ben controllato nei laboratori) a basso prezzo, il plagio che fa crollare persone fragili, e ti senti eroe, ma di cosa? È tutto sofferenza se non si impara ad accettarla, ma senza reagire. Se reagisci il dolore si amplifica, nasci e vivi da perdente!

- Quanto dice mi suggerisce una domanda forse un po' cattiva: non crede che se invece si avesse un tipo di vita spensierato, privo del dolore, delle rinunce eccetera, la concezione del filosofo cambierebbe o sarebbe opposta? In altre parole, un vero filosofo non dovrebbe evitare di farsi influenzare, nel pensiero, dalla propria vita? Prendiamo ad esempio Cioran, cui lei si è ispirato in passato: ha avuto una vita difficile e il suo pensiero ne è stato profondamente influenzato. Avrebbe dovuto distaccarsene.

- È nella spensieratezza che si erge la verità assoluta. La spensieratezza è nella top ten dell'inutile. Tutti si è inutili, poi ci sono gli inutili elevati all'ennesima potenza, lì apprendi la brutalità del vivere. Cioran, nel paradosso non ebbe vita difficile; vicino alla dittatura, quando finì, dovette scappare in Francia, dove divenne un vate. Forse l'unica difficoltà fu il suo soffrire di insonnia, mi creda non esiste stilnox (un farmaco contro l’insonnia – N.d.A.) che faccia riposare bene.

- Veniamo adesso al nuovo libro. “Insonnie” era poesie, prosa, aforismi. Quest'ultimo in che forma è presentato al lettore? Lei, se ho ben capito, lo avrebbe voluto scrivere prima di “Insonnie”: perché?

- Me ne sono accorto negli anni; frattanto che ultimavo Insonnie, che mi diede la notorietà, iniziavo a scrivere il prossimo, appunto Regressione suicida, che uscirà il 14 ottobre. Era una sorta di interpretazione e propedeuticità all'uscita di Insonnie, desideravo onorare Sgalambro, col quale i rapporti divennero stretti e collaborativi, e Cioran, che mi segnò. Oggi asserisco che avrei dovuto scriverlo prima; avrei così preparato il lettore ad un percorso regolare: prima gli ispiratori, poi la mia tesi e infine l'opera (Insonnie) e invece ho fatto tutto al contrario, ma non è stato negativo. Insonnie ebbe un impatto notevole (tradotto in Norvegia, dove il tasso di suicidi è il più alto d'Europa, e in Spagna, dove è il più basso) e sull'onda di Insonnie, ancora - in nona edizione per i tipi di Cuecm, ma coi diritti acquisiti da Bompiani – disponibile, era quasi un dovere far sapere al mio pubblico l’evoluzione del mio percorso. E, come sempre, ho fatto alla rovescia. Ecco che si determina la filosofia pura: il filosofo non è lo sciocco universitario che vive di citazioni e osa offendere il simile, magari il professore delle scuole medie superiori sicuramente è migliore, ma sempre pessimo rispetto al puro.

- Quindi questo libro parla del suo percorso a ritroso che porta al “suicidio” di ciò che lei era prima? Cioè: il filosofo polemico, dissacratore degli accademici e nemico delle università è morto e sepolto? Può spiegarsi meglio?

Polemico lo sono soltanto contro il baronaggio accademico. Cercherò  di essere onestissimo: nelle università insegnano persone che quando ti presenti, almeno ai miei tempi, con il libretto dove non è scritta una maturità liceale, ti rispondono male e si accaniscono. Questo potrebbe esser a dir loro pedagogico, perché rinforza; ma mi dica un po', una persona che viene da una famiglia medio umile e non ha chi gli apre la strada e magari ha fatto degli studi tecnici o professionali, perché deve subire tale umiliazione quando, andando all'etimologia di 'universitas', e ricorrendo alla legge che permette (permetteva?) a tutti di poter cambiare il proprio corso di studi, per qualsivoglia motivo, è patente, a questo punto solo sulla carta, la possibilità di evolversi?
Glielo dico io, I meschini che insegnano, devono preparare la strada ai figli dei figli dei figli et alii, al fine di aprirgli la porta della cattedra così da avere sempre più potere: il controllo. Poi leggi le cronache e tutto si chiarisce. Non ci dimentichiamo di docenti che promettono esami a studentesse, dietro servigi sessuali (io sono di Catania, credo che lei abbia seguito lo scandalo del docente di Scienze Politiche, incastrato dagli inviati di un noto programma televisivo). Ma non è solo questo....

- Non divaghi, Fazio. Ci parli di questo libro.

Quella del suicidio è la metafora spirituale che ho realizzato. Regredire ha, sovente, una accezione negativa, ma è anche tornare indietro, senza volontà, sino al momento della nascita, quando respiriamo l'aria di questa infernale bolgia; pertanto, si realizza questa retroazione nel momento in cui veniamo al mondo – nuovamente. Non stiamo nascendo, ma ci stiamo suicidando, anche se in verità l'esser-ci, alla maniera di Heidegger, essendo gettatezza nel mondo, è già di suo un atto di contaminazione e di induzione al suicidio. Ecco, la retroazione suicida è la consapevolezza che non stiamo vivendo, ma stiamo suicidandoci.
Più dettagliatamente è un assunto stupido: si viene al mondo e ci si inventa qualunque cosa, dalla disperazione del povero all'oltraggio del presuntuoso, legato a fogli di carta colorati: il denaro. E' tutto introiettato. L'unica cosa che ci rimane è assistere passivi e riflettere; lì si è puri, quando si ha il coraggio e la forza di essere sinceri (che coincide con quando ti diranno: pazzo, volgare, impreparato, stupido et similia). Subito giungono gli attacchi e subisci... però sei qui e non ti rimane che viverci, in questo posto orribile che è il mondo.

- Credevo si fosse separato dal pensiero del suo maestro Sgalambro, ma mi pare che qui lo ricalchi.

- Ecco, in Regressione suicida, il sottotitolo è "Dell'abbandono disperato di Emil Cioran e Manlio Sgalambro", io prendo le distanze da Sgalambro: è il filosofo più illuminante e non filosofo, è un teatrante da colpo di teatro, stranamente in alcune svisature ontologiche era anche facilmente condizionabile, e questo sottomettersi gli dava la spinta per reagire filosofando, un genio!

- Ha scritto il libro con l'obiettivo di separarsi ufficialmente dai suoi maestri? Quanto il libro esprime questa necessità e quanto invece riflette il suo percorso di vita?

- È il paradosso di Ricardo: non mi separo dalla loro tesi, ma mi separo dal rischio cui andò incontro Sgalambro, quando tetraplicò, ad esempio, la propria immagine, grazie alla collaborazione col cantante Franco Battiato: sicuramente fu proficua e prolifica, ma la cinicità intellettuale venne meno. Si perse un riferimento nel pensiero. Mi separo più dall’azione, il  coup de théâtre in Sgalambro, ha proliferato masse di ignoranti e di idolatri, se ne accorgeva e si divertiva. Da Cioran non preferisco stare alla larga, ma neppure idolatrarlo…. Conosco troppi imbecilli che si fanno forti a colpi di citazione dei due maestri miei, imbecilli che gironzolano nelle università come sviolinatori dei docenti che gli permettono di esaminare uno studente che magari è amico loro e il 30 e lode è garantito, se è uno che gli ha sottratto la fidanzata, allora è meglio che il tipo cambi università. Imbecilli che vantano un incontro con Sgalambro ad esempio e poi gli omaggiano un libro, che misantropicamente rimane a marcire nel cortile dei quartieri più bassi della loro vanità.  E’ questo il sistema che non mi garba. Poi il loro dottorato finisce e tu li incontri fuori e dovresti picchiarli a sfinimento. Ecco, la provocazione è facile, se fine a se stessa, devi smascherarti, devi lanciarti intellettualmente, anche se gli argomenti possono sembrare bassi, anche se hai il nemico di fronte a te. Sgalambro disse che "la mafia era l'unica forma di economia possibile", prima contestato da Sciascia e poi avallato dallo stesso, mi piaceva molto: diceva una condizione reale e veritiera. Dopo si è fermato, e questo stop lo si è evinto quando ha iniziato la collaborazione con il perbenista Battiato.
Cioran, invece è un santo. Nulla da dire, ma separarsi è indispensabile: non potrei superarlo, ho condiviso con lui solo una grave patologia… la perdita del sonno.

- Insomma, Fazio: ci eravamo illusi che in questo libro si cospargesse il capo di cenere e diventasse docile e mite; niente di tutto questo, mi pare. La sua vis polemica non muore mai, altro che suicidio…

 - Si sbaglia. Sgalambro dopo un’intervista e un articolo sul giornale LA SICILIA, mi disse che il giornalista (Luca Ciliberti n.d.a.) era bravissimo, che lo leggeva con interesse e che non aveva errato di una virgola, però si infastidì per una sola scritta: "Dissertazione col suo 'discepolo' Fazio"... In toni duri mi disse: "non esiste un maestro e un discepolo, solo uno dei due può esistere, l'altro muore". Da quel momento una isterica dalle sembianze spirituali ottenne la sua vittoria facendoci allontanare, io ho continuato ad esistere autonomamente, affermandomi senza necessità di rubare citazioni a destra e manca per costruire la mia tesi, l’isterica non si è calmata, ma le ho riservato il colpo a sorpresa, legga un po' chi cura prefazione, postfazione, nota e testimonianza del mio nuovo libro, persone che l’isterica pensava fossero vicine. Comunque, poi le cellule si riducono e non più producono e la carcassa che siamo muore: quello che fu definito il discepolo, io, rimane discepolo e non c'è più maestro.

- Ha intenzione, come è accaduto per Insonnie, di provocare sdegnati abbandoni delle sale in cui farà le presentazioni del nuovo libro?

Ma no... questo di cui parla accadde solo  a Ragusa (fui tacciato di nazismo), Avellino (usai un linguaggio volgare) e a Modena, dove augurai alla comunità di Vincenzo Muccioli di sfollarsi, sperando che gli ex tossicodipendenti che vi si recavano per guarire, scappassero dopo pochi giorni, per vivere la vita scelta, piena di sogni e viaggi della mente, grazie alla intromissione della droga.
Poi tra inviti, lectio, presentazioni, sempre e solo ottimi dibattiti... 
"Permette una parola"?
Spettacolo all'aperto svoltosi
a Catania, con la partecipazione di
Salvatore Massimo Fazio, estate 2016.
insomma, se riesce a trovarli, vada a vedere le immagini e i video girati nelle università (dove mi divertivo a insultare anche la poltrona dove sedevo), o librerie come la Mondadori di Catania, o la Feltrinelli a Trieste, stracolme entrambe...
Le regalo una chicca. C'è anche un aspetto profondamente intimo in Regressione Suicida: il tornare indietro al punto di nascita, che in parallelo prevede la giovinezza di una mamma, non anziana, ma stanchissima e non in ottima salute.
Il libro ha già circa 700 prenotazioni e sono già 11 gli incontri previsti; in Campania sarò il 27 ottobre a Torre del Greco, ospite dei tipi di UNIVERDE, e il 28 ottobre ad Avellino, presso la libreria “L’Angolo delle storie”; magari viene e si accomoda al tavolo dei relatori?

- Volentieri, sarà un piacere. La saluto e la ringrazio.

- Stia bene, o si lasci contagiare dalla realtà.


sabato 13 agosto 2016

Le foto di Radici Poetiche VI edizione 2016


Un video amatoriale che raccoglie le foto e i video della serata di premiazione del concorso Radici Poetiche VI edizione 2016, intitolato a Massimo Troisi, ideato e condotto da Donatella De Bartolomeis, fondatrice della casa editrice "Il Papavero", svoltosi nella suggestiva cornice del Castello di Summonte (AV) il 6 Agosto 2016



domenica 7 agosto 2016

Donatella De Bartolomeis ha messo Radici... Poetiche! VI edizione, 2016, castello di Summonte


Donatella De Bartolomeis, fondatrice della casa Editrice "Il Papavero", con sede a Manocalzati (AV), organizzatrice del Premio di Poesia Dialettale "Radici Poetiche", 
intitolato a Massimo Troisi, giunto alla VI edizione.



sabato 18 giugno 2016

Sono Valeria Sirigu, la combattente!


 D.- Buonasera, dottoressa Sirigu; è stata molto gentile a prestarsi a questa intervista. Le voglio dire che lei mi ha colpito moltissimo, come è successo sicuramente a molte altre persone
Di lei mi ha colpito, più che la sua particolare situazione fisica, la capacità di risolvere i problemi e non lasciarsi abbattere dalle difficoltà.
Una prima domanda che le vorrei rivolgere, ovviamente, è relativa alla sua storia: la vorrebbe raccontare in breve?
R. Sono figlia di una madre nubile, e di questo ne vado fiera ed orgogliosa, mi ha cresciuto da sola! Non ha mai chiesto nemmeno un soldo a mio padre; ma non mi ha fatto mancare nulla, anzi… dalla mia vita ho avuto moltissimo per non dire troppo… Mi sento una donna molto fortunata, la mia disabilità è solo una parte di me.
La mia genitrice, per paura che avessi un quoziente intellettivo inferiore alla norma, fin da neonata mi ha talmente stimolato che dai primi test medici sono sempre risultata con un Q.I. superiore alla norma. Mi ha fatto provare ogni sorta di situazione e io amo proprio viaggiare grazie a lei. Viaggiare è una delle mie grandi passioni, oltre le lingue straniere, fare politica attiva, essere attivista per i diritti umani e civili, fare servizi fotografici, e stare sotto la pioggia e bagnarmi tutta e fare cose pericolose per sentire scariche adrenaliniche per poi rilassarmi.
Per mia fortuna mia madre non è mai stata iperprotettiva, mi ha lasciato sempre molto libera. Infatti a 19 anni, come molti giovani, me ne sono andata di casa per fare l’università. Ovviamente mia madre scendeva a Cagliari, ogni week-end, per vedere come stavo e se avevo bisogno di qualcosa.
Quando dico che mi occupo di diritto penale internazionale, di intelligence e tecniche militari, di criminologia particolarmente di parafilie (disturbi e devianze sessuali) e di economia e finanza internazionali; alcune persone rimangono di stucco sia perché credono che io abbia deficit intellettivi a causa della mia gravissima disabilità, sia per il motivo che sono una donna e in quanto “sesso debole” non mi possa occupare di questioni molto brutte e prettamente “maschili”. Molta gente presume che il mio comunicatore sia un gioco per imparare a scrivere e quando esprimono tale pensiero scoppio in una grossa risata in quanto fin dalla scuola materna ero, a detta delle insegnanti, più avanti degli altri alunni. 
Il fatto che io sia una giurista femminista atea disabile, spaventa molti, perché sono tutte qualità che normalmente una donna con disabilità non detiene; a volte mi tolgono consenso politico perché quello che sono mi fa uscire totalmente fuori dagli schemi, però io tiro dritto per la mia strada senza mai chinare la testa e sono abbastanza forte e spregiudicata per arrivare, passo dopo passo, dove spero io…!
In tutto questo mi dispiace che il mio caro nonno non ci sia, mi sarebbe tanto piaciuto averlo ancora accanto e sapere se fosse stato orgoglioso della sua prima nipotina.
Fino a qui vi ho raccontato i miei lati seri, però ho anch’io i miei lati frivoli… Pur essendo disabile mi sento molto DONNA e da tale amo acconciarmi! Mia madre da bambina mi ha abituato a vestirmi sempre da femminuccia ergo scarpettine, calzine velate, abitini eccetera. Quando sono entrata alla scuola media e superiore a mia madre le veniva da sorridere per il motivo che vedeva sempre tutte le mie compagne vestite tutte uguali con jeans e maglia larga tutti i giorni, io a scuola non andavo mai vestita sportiva, al massimo casual e mi piaceva andarci con un filo di trucco; sono e sarò una voce fuori dal coro! Anche ora mi piace un sacco truccarmi (odio uscire senza trucco), vestirmi in modo sexy ed elegante, adoro comprarmi abiti da cocktail e da sera con la coda oltre che cappellini.
Personalmente ritengo che i disabili “noti” debbano e hanno il dovere di lottare, per tutti gli altri, per sfatare miti e rimuovere le “barriere mentali” sulla disabilità.
Uso la mia immagine, di personaggio pubblico, in modo consapevole oltre che studiato per dimostrare che una donna può essere sexy pur essendo disabile.
Ogni tanto mi piace giocare, anche con gli sguardi, con gli uomini. Però se un uomo prova soltanto a sfiorarmi quando io non voglio reagisco all’istante! Se dovessi percepire il disagio o una richiesta d’aiuto di una donna di qualsiasi età, ceto sociale o nazionalità interverrei subito. Di fronte alla violenza sulle donne non bisogna mai girare la testa dall’altra parte, e se si ha paura per la propria incolumità… almeno che si chiamino le forze dell’ordine. Io denuncerei l’offender ai primi segnali di violenza che sia psicologica o fisica.  
Amo definirmi: “una donna dalle mille sfumature” perché mi sento una donna completa e ho mille aspetti… ma non sono, di certo, perfetta, però se sono così istruita, sicura, forte e coraggiosa lo devo solo a mia madre che io veramente amo più della mia stessa vita!

D.- Un’altra cosa che mi incuriosisce è la sua dichiarazione di ateismo; infatti sono convinta, come religiosa, che proprio la sua particolare situazione possa essere la lampante dimostrazione che noi non siamo un solo corpo, ma abbiamo un’anima che agisce a dispetto degli ostacoli imposti dalle difficoltà del corpo. Non è d’accordo con questa valutazione?
R.- Dipende da persona a persona. Io ho trovato la forza nell’ateismo più puro, infatti ho ottenuto la scomunica ufficiale (sono proprio fiera di questo) dalla Chiesa Cattolica a norma dei cc. 751 e 1364 del Codice di Diritto Canonico; altra gente prende tale forza dalla fede. Personalmente preferisco credere che io agisco in base alle mie convinzioni senza avere dogmi, Madre Natura ha dotato l’uomo della capacità di autodeterminazione e di discernimento, avrei fatto le stesse cose che faccio ora pur essendo “normale”, ergo alla Sua domanda mi sento di concordare con Lei.


D.- Nel suo sito, www.valeriasirigu.net, scrive che dopo la laurea in Giurisprudenza a indirizzo internazionale, vorrebbe lavorare come avvocato per il tribunale europeo dell’Aja, oppure all’ONU. Da cosa nasce questa aspirazione?  La sta portando avanti o ha deciso diversamente?
R.- La mia più grande ambizione rimarrà sempre quella, e nasce dall’età di 16 anni quando ho letto “Suad – Bruciata viva”: racconta la storia di una ragazza della Cisgiordania che si innamora, ha un solo rapporto sessuale e rimane incinta, la sua famiglia decide di bruciarla viva. Io essendo femminista da quando ero adolescente e per la libertà sessuale (espletata con vera coscienza dalle ragazze degli anni 60, non quella che credono di avere le adolescenti d’oggi), quindi ho deciso di dedicare tutta la mia vita a lottare contro la violenza sulle donne. Oggi faccio parte dell’Associazione Onda Rosa, il centro antiviolenza di Nuoro.

D.- Scrive per alcuni giornali online: quali argomenti tratta?
R.- Principalmente di diritto penale internazionale, di diritti umani, di intelligence, di violenza sulle donne, di criminologia; inoltre di economia e finanza.

D.-Viene da una piccola città della Sardegna, ma ha viaggiato molto e conosce diverse lingue. Dove le piacerebbe stabilire la sua residenza definitiva? Quanto offre la Sardegna nella tutela dei disabili?
R.- Non ho ancora deciso, ma mi piacerebbe molto negli Stati Uniti oppure in Spagna, o comunque dove troverò un lavoro, tutto il mondo è casa mia. Sa che Lei mi coglie in castagna per il motivo che io usufruisco solo della L. 162/98, è una legge che dà finanziamenti per pagare l’assistenza domiciliare o per progetti che stimolano la vita in autonomia o la cura dell’utente. Quando andavo a scuola ho sempre avuto sia l'assistenza per l’igiene personale che 18 ore di insegnante di sostegno. Una volta, quando avevo 8 anni, il comune ha provato a togliermi l’assistenza a scuola per tutte le ore stabilite e nel frattempo che le maestre e mia madre si chiedevano che protesta attuare, io ho scritto, di mio pugno, queste parole: "Assistente sociale di merda, i disabili servono, servono a fare lavorare le persone!", le ho stampate e le maestre le hanno portate in Comune, il giorno dopo avevo l'assistenza per tutte le ore se dovevo andare in bagno. Sono una combattente nata.
La mia città offre anche un servizio di trasporto disabili che attualmente io non utilizzo. 

D.-Ho letto che vive in totale autonomia rispetto alla sua famiglia di origine: com'è la sua giornata/tipo?
R.- Prima di tutto mi preme dire che ora vivo a casa di mammina perché mi fa tanto comodo, in attesa di comprarmi una casa tutta mia. Nonostante la mia grave disabilità mia madre (e io la adoro per questo) sembra una di quelle madri nordiche che vogliono l’indipendenza dei figli alla maggiore età. Anche io vorrei avere un’abitazione tutta mia, pur volendo un gran bene a mia madre, ma ormai siamo due donne adulte quindi con abitudini ed esigenze diverse benché abbiamo molti interessi in comune. Viviamo sotto lo stesso tetto però è come se vivessimo due vite separate in quanto siamo due donne super impegnate e, quando mi assiste, lei ora fa le veci di una normale assistente cioè non mette bocca nei fatti miei, anche perché sono abbastanza grande per avere una vita totalmente mia, ho solamente bisogno di un aiuto fisico; oltre a ciò, per mia sicurezza, voglio avere un punto di mia estrema fiducia, che può essere anche un’amicizia di vecchia data e molto forte, a poche ore di viaggio da dove abiterei io per qualsiasi evenienza. Quando devo partire senza mia madre, per esempio, mi organizzo in totale autonomia con le persone con cui devo partire. Mi sento fortunata anche perché giro per il mondo. Una mia giornata tipo non esiste per il motivo che i miei impegni variano di giorno in giorno. Mi posso alzare di notte come mi posso svegliare anche alle 12;00, ma di sicuro non vado a dormire prima delle 01:00. Come molti giovani ho orari sregolati. Vi posso dire che adoro fare gli happy hour, e andare in giro per locali fashion.
Un’altra cosa importante da dire è che voglio più di una persona che ruoti intorno a me, in quanto ho una vita “particolare” e reputo che per una persona sola sia troppo stancante seguirmi, anche se posso stare ore da sola. Dalle persone che mi assistono esigo solo un aiuto fisico, della mia vita decido solo io!

D.- Da donna, mi colpisce moltissimo anche il fatto che lei abbia anche in programma un figlio, nonostante le oggettive difficoltà della sua situazione; immagino che, da donna pratica e intelligente qual è, abbia già programmato tutto il necessario. Vorrebbe dirci come immagina la sua vita di madre?
R.- Eccola là, la domanda che mi spiazza! Quella di diventare madre per ora è solo un’idea molto vaga e alquanto egoistica, soltanto perché sento un forte istinto materno e vorrei trasmettere i miei geni ad un altro individuo, però lo crescerei con amore. Non sono in cerca di marito, la parola matrimonio mi spaventa moltissimo, mi basterebbe solo un compagno con cui fare una sola figlia femmina. Non sogno l’abito bianco…
In più di un’occasione a mia madre ho paventato il pensiero dell’inseminazione artificiale su di me oppure l’utero in affitto, pur non avendo un uomo accanto. Il brutto di una mia gravidanza è che gli ultimi mesi dovrei restare quasi totalmente allettata per evitare il rischio trombosi, il bello sarebbe sentire crescere una vita dentro di me. Se dovessi rimanere incinta e per qualsiasi motivazione abortire, lo farei anche se con la morte nel cuore. L’utero è delle donne e ognuna se lo gestisce come meglio crede! Non bisogna mai giudicare le scelte di ogni singola donna, ma soltanto rispettarle! Di sicuro prima di stabilirmi con la residenza in un luogo fisso per anni e non avendo una buona sicurezza economica, a fare una figlia non ci penso proprio. Poi c’è inoltre il problema dell’età; sinceramente penso che dopo una certa età i figli non andrebbero procreati per il motivo che più si è avanti con l’età e più alto è il rischio di mortalità, per me non è giusto lasciare un bimbo o adolescente senza genitori. Se dovessi diventare davvero madre sicuramente non rinuncerei al lavoro per nessuna ragione al mondo, però allo stesso tempo (come mi ha insegnato la mia) quando stessi con mia figlia le dedicherei del tempo di alta qualità. Mia madre è l’esempio lampante che una donna può essere lavoratrice e una buona madre allo stesso tempo, pur essendo sola ed in più avendo prole a dir poco problematica. Mi auguro di essere una buona madre come lo è stata la mia: dolce ma severa, divertente e complice, che riesca a trasmettere i miei valori. Anche se mia madre mi vede molto più rigida di lei con gli adolescenti e i bambini che incrocio. Se dovessi diventare madre lei ne sarà felice.

D.- Vorrei che concludesse con dei consigli a chi si trovasse ad affrontare situazioni analoghe alla sua; non solo consigli legati a un incoraggiamento, ma anche consigli pratici, per esempio a chi rivolgersi, come gestire la quotidianità e via dicendo.
R.- Niente è impossibile, se si sogna tutto è possibile però si deve avere il coraggio e la forza di lottare! Io ho sempre fatto cose che fanno le persone “normali”, ne ho fatto anche di più e da adolescente sono stata molto ribelle… Personalmente non ci siamo quasi mai rivolte ai servizi sociali, anche perché le assistenti sociali hanno più volte lodato la mia cara mamma per il suo essere madre.  A volte mi dice: “avrei voluto un po’ di riposo lasciandoti ai servizi sociali, ma non ti hanno voluta. Cosa ho fatto di male?” e io replico ridendo: “Tu sei stata una bravissima madre!”. Mia madre ha scelto le tate e poi io le mie assistenti in colloqui privati. Se mi ricordo bene, se si chiamano attraverso una cooperativa si devono pagare di più, in quanto bisogna dare una percentuale all’associazione. C’è da dire che io non ho bisogno di trattamenti infermieristici particolari e che la mia famiglia non è indigente (per mia fortuna) perché ogni mese per pagare l’assistenza spendiamo come minimo 1.100 € la paga va in base alle ore che fanno, a volte anche meno di tale cifra. Quando esco voglio sempre un’assistente oppure un amico, anche perché io non parlo, ma comunico con i comunicatori e qualcuno me li deve dare, oppure se mi serve qualcosa ho bisogno di una persona accanto. Invece a casa mia, una volta che sono sulla carrozzina, mi sono lavata e ho mangiato preferisco stare da sola, mi arrangio. L’abbiamo sistemata per avvantaggiare la mia autonomia. Non mi piace dire dove abito perché fidarsi è bene, non fidarsi è meglio; in più quando sono sola tengo la tv o radio a volume alto per dimostrare che in casa c’è qualcuno. Chi mi conosce bene sa che quando sono da sola e vuole venire a casa mi deve mandare prima un messaggio sull’iPhone, altrimenti non apro di certo. Se dovesse succedere qualsiasi cosa so benissimo come reagire e comunque se c’è un’urgenza mando un messaggio e qualcuno arriva. Inoltre da poco ho cambiato carrozzina e ho voluto una semi sportiva, anche se per sua natura è pericolosa in quanto si ribalta facilmente, però mi consente di andare più velocemente facendo il minimo sforzo, in più ho voluto anche il grip, un rivestimento in gomma che si mette sul corrimano delle ruote e che consente di spostare la carrozzina anche con i gomiti, avanbracci, oppure col palmo della mano senza aprirla o anche con un solo dito perché la gomma crea attrito e si ha un’ottima presa. Quando ho un impegno cerco di avvisare per tempo la persona che mi deve assistere, a volte capitano gli imprevisti e veramente si corre per arrivare il prima possibile. È molto stressante ma voglio dimostrare che la mia patologia non mi preclude di avere una vita stressante come qualunque altra donna in carriera. Per quanto riguarda i viaggi vi segnalo un’ottima associazione, “Strabordo” che organizza bellissimi viaggi per disabili e non. I viaggi per piacere o per lavoro me li organizzo anche da sola. Per lavoro vado anche in luoghi non proprio rilassanti, è una sfida soprattutto con me stessa, ma non mi spaventa. Ho scelto di fare un lavoro non proprio rilassante per una donna con disabilità. Un altro consiglio è: per ogni viaggio scegliere accompagnatori più consoni a quel tipo di soggiorno.                      

D.- La ringrazio infinitamente e le auguro di realizzare i suoi desideri.
R.- Grazie a lei; mi auguro che quest’intervista possa servire a molte persone anche non diversamente abili.



mercoledì 15 giugno 2016

La sfida di "Aliud" all'impoverimento culturale; Intervista a Giuseppa Sicura.

La dottoressa Giuseppa Sicura, della redazione di "Aliud"
Il numero zero del trimestrale di letteratura "Aliud"






Buongiorno Dottoressa Sicura

desideravo intervistarla in merito alla rivista trimestrale di poesia intitolata Aliud , nata molto recentemente, con collaboratori da tutta Italia, che prevalentemente si occupa di poesia, ideata da lei e dalla dottoressa Bianca Mannu, in merito alla quale desidero complimentarmi, essendo una rivista con articoli di qualità.

 D.- Come è nata l'idea di creare in Sardegna un trimestrale di poesia e cultura letteraria? Vi è venuto il pensiero che potesse confondersi tra le centinaia di riviste più o meno valide, spesso create per dare visibilità ed essere fonte di guadagno per case editrici poco serie?

R – L’idea della rivista è nata dall’esigenza di esprimere contenuti diversi dai soliti, che giornalmente invadono il Web e che costituiscono una costante comune alla maggior parte delle opere auto-pubblicate, dove largo spazio è dato a sentimenti e vicende di carattere troppo personale e intimistico. Partendo da tale esigenza, come titolo abbiamo infatti trovato perfetto, nella sua sinteticità, il termine latino ALIUD (altra cosa). L’umanità sta vivendo momenti molto difficili, a livello planetario, con fenomeni di gravità estrema, come la mancanza di lavoro, di cibo, le guerre, l’emigrazione di popoli, ecc., di cui abbiamo notizie dirette giornalmente e tutto ciò credo che non possa lasciare indifferenti nessuno e soprattutto i poeti e gli scrittori che, utilizzando uno strumento molto potente come la parola, dovrebbero, oggi più che mai, allargare lo sguardo oltre la sfera personale e farsi partecipi e testimoni del proprio tempo. Le linee programmatiche, delineate nei primi editoriali dei nostri “Fogli” si basano su questa sensibilità, che manca o viene trascurata dalla maggioranza degli autori, i quali tendono a privilegiare le inquietudini del proprio Io, spesso con esagerato lirismo, e si disinteressano totalmente di quelle che coinvolgono l’intera comunità umana. ALIUD tende invece a dare spazio a contenuti che privilegiano le manifestazioni e i problemi del Noi, senza comunque scartare del tutto le opere di carattere più personale, qualora non siano semplicemente uno sfogo terapeutico, ma sottendano un percorso di pensiero profondo e originale. Vengono selezionati attentamente i testi e per la scelta si tiene sempre conto sia del contenuto che della forma e del risultato artistico-letterario. A volte quest’ultimo può anche essere trascurato qualora il testo presenti una particolare originalità o interesse documentaristico; viene invece scartato ogni contenuto pregno di sproloqui ed esagerazioni, dettati semplicemente dalle esigenze egocentriche del proprio ombelico. In genere affianchiamo i versi o i brani di prosa con qualche commento, che certamente non pretende di essere verità assoluta, ma esprime solo un nostro punto di vista personale e il più possibile sincero, nel totale rispetto degli autori.
Abbiamo sicuramente considerato la scarsa presenza di riviste letterarie nella nostra regione e nelle nostre più immediate vicinanze. Qualcosa è stato già pubblicato nel passato e qualcosa in questo senso ogni tanto viene alla luce, ma sapevamo comunque che ALIUD, avrebbe avuto struttura e impostazione completamente diversa. Il confronto con altre riviste non ci preoccupa ed è lungi da noi l’interesse economico. Tutto nasce solo dalla passione per la scrittura e dalla volontà di dare visibilità a opere meritevoli, di contro all’andazzo delle varie case editrici che, pur di guadagnare, pubblicano anche l’insignificante, il nulla.



D.-  Come è strutturata la rivista? A quale pubblico si rivolge, quali temi predilige e perché?

R – La rivista è strutturata in due parti, nella prima trattiamo di poesia, nella seconda di prosa.    
All’interno di ognuna delle parti sono inserite varie rubriche, alcune fisse, altre variabili, a seconda del materiale disponibile per la pubblicazione. Vogliamo sentirci liberi, non ingabbiati in schemi troppo rigidi. Nella prima pagina, che fa anche da copertina, inseriamo un editoriale e la poesia di un autore della letteratura italiana o straniera del ‘Novecento, di cui in seconda e terza pagina si danno notizie sulla biografia e sulla poetica. Cerchiamo nelle altre pagine di dare spazio sia ai lavori degli autori facenti parte della redazione sia a quelli di poeti e scrittori di tutta Italia, esordienti o non, tenendo conto della compatibilità con le linee programmatiche esposte nel N.0 e N.1 e che in qualche modo ribadiremo anche negli altri numeri. Tendiamo comunque soprattutto a dare ai nostri lettori lavori di buon livello culturale, che si distacchino dalla tendenza comune e ci rivolgiamo ad un pubblico che sappia apprezzare non solo tutto ciò che riesce a far vibrare le corde del “cuore”, ma anche e soprattutto ciò che possa lasciare un segno, una traccia, in quanto capace di sommuovere, coinvolgere o sconvolgere  anche “il pensiero”, fonte e motore di ogni espressione emozionale; ci rivolgiamo ad un pubblico capace di guardare e osservare con una sensibilità nuova, aperta a grand’angolo perché, ricordiamoci, è attraverso i sensi che passa comunque la nostra conoscenza del mondo esterno, prima di raggiungere il pensiero e tramutarsi in emozione e poi in parola e pertanto questi (i sensi) dovrebbero essere sempre esercitati all’osservazione di tutto ciò che accade oltre noi e ci circonda o coinvolge e così facendo ci renderemo conto che al momento in cui rivolgeremo di nuovo lo sguardo per osservare ciò che ribolle dentro noi, ci si aprirà non un piccolo scrigno, ma un universo. Un universo che comunque soltanto un pensiero affinato saprà tradurre in parole, quel pensiero in quotidiano contatto con la lettura di opere che siano frutto di una profondità di riflessione e ricerca e abbiano un’indubbia valenza umana e letteraria.


D.- Come riuscite a sostenerne le spese?

R - Pur essendo ALIUD un piccolo opuscolo, le spese sono considerevoli, soprattutto per la stampa, ma finora siamo riusciti, con i contributi dei lettori, ad andare avanti, anche perché tutto il lavoro svolto dai membri della redazione e dai vari collaboratori è a titolo gratuito. Infatti la caratteristica di questi “Fogli trimestrali” è che nascono dalla passione per la scrittura, che anima tutti i componenti della redazione e che pertanto non mirano a ricavarne alcun guadagno, ma solo a dare visibilità alle opere meritevoli di considerazione.

D.- Avete ruoli diversi lei e la dottoressa Mannu? Quali sono gli altri collaboratori e con quali incarichi?

R – Abbiamo insieme la direzione e il potere decisionale. Io svolgo anche il compito di segretaria e mi occupo dell’impaginazione. I collaboratori fissi sono: l’Avv.Carlo Onnis, poeta e scrittore, Mariatina Biggio, poetessa, Florio Frau, ex insegnante, poeta e scrittore; hanno condiviso il progetto e oltre a metterci a disposizione i loro scritti, hanno contribuito economicamente alla nascita della rivista e svolgono potere consultivo. Dal prossimo numero si aggiungerà un nuova collaboratrice stabile, la Dott.essa, poeta e scrittrice, Katia Debora Melis, già presente nel N.1 e nel N. 2.

D.- Può descrivere la “giornata tipo” della redazione di Aliud e raccontare qualche aneddoto curioso, se ve ne fossero? Chi decide la linea di ogni numero?

R – Non c’è una giornata tipo, la nostra è una redazione “sui generis”. Ci riuniamo periodicamente, circa due o tre volte al mese, per discutere sul materiale da pubblicare. La linea del numero può essere suggerita da ognuno di noi, ma viene decisa concordemente, dopo qualche incontro. Progettiamo poi le singole pagine dividendoci i compiti sia per la scrittura dell’editoriale che per la scelta dell’autore della prima pagina e dei vari commenti. In genere io e Bianca ci occupiamo anche degli autori che pubblichiamo a tutta pagina, con scheda biografica e commento dei brani o delle poesie. Spesso con lei definiamo i particolari e le decisioni anche telefonicamente o via e-mail. Quando il progetto del nuovo numero è chiaro ed il materiale è già disponibile io preparo l’impaginazione a casa mia e al mio pc,  poi ci riuniamo di nuovo per approvarla e portarla in stampa. A volte può capitare che si facciano delle variazioni o che qualcuno ritarda nel consegnare il materiale. Uno dei collaboratori da rincorrere sempre è Carlo Onnis, raffinato e prolifico poeta, sempre impegnato in tante altre faccende ( prove teatrali - corsi- associazioni varie – facebook - ecc.); ma come fare a meno del suo spirito gioviale e delle sue pronte battute poetiche o parapoetiche?

D- Avete dato vita a questo giornale anche spinte da altre considerazioni non strettamente letterarie, per esempio la povertà del panorama culturale o il fatto che la cultura possa essere asservita ad interessi economici o di potere?

R -  Oggi più che mai è molto difficoltoso, per poeti e scrittori, riuscire ad attirare l’attenzione delle case editrici e l’unica chance è l’auto-pubblicazione, che oltre ad essere costosa, non garantisce la distribuzione nelle librerie, per cui le nostre opere sono destinate a viaggiare solo all’interno del parentado e della cerchia amicale. Le piccole case editrici, anche quando dicono di pubblicare non a pagamento(???) vogliono materiale non di valore, ma commerciale, facilmente vendibile per soddisfare le esigenze di lettori sempre più distratti e sbrigativi. Le grandi case editrici sono blindate, irraggiungibili, aperte solo ad una ristretta cerchia di autori, sempre gli stessi, fritti e rifritti in tutte le salse. Entrare in quel circolo è quello a cui  ogni autore comunque aspira, per avere la giusta visibilità, ma è un evento di carattere nepotistico o divinatorio. Bisogna trovare e propiziarsi il santo giusto. Purtroppo tutto ciò che è fonte di guadagno è sempre soggetto a ingerenze varie,  anche di carattere politico ed economico e a maggior ragione ciò vale per la cultura, attraverso la quale si possono anche veicolare pensieri e progetti di potere, si possono indirizzare e manovrare popoli interi. Ma per noi cultura è sinonimo di libertà e in blocco rifiutiamo tutto ciò che abbia anche solo l’odore dell’asservimento.
In quanto al panorama culturale, non c’è povertà, se ci riferiamo alla quantità, poiché con le auto-pubblicazioni prolificano i libri di prosa e di poesia; se ci riferiamo invece alla qualità,  sembra che tutti prediligano percorrere le medesime strade che non portano da nessuna parte se non verso una voragine abissale. Ed è questa considerazione una delle molle che ci ha spinto a creare ALIUD, come a voler arginare il fenomeno, impresa che, ne siamo pienamente consapevoli, potrebbe assumere connotati donchisciotteschi.

D. - Lei  è siciliana, si è trasferita in Sardegna diversi anni fa e ha pubblicato un libro di poesie nel quale parla della sua terra di origine: quindi non esiste solo il mal di Sardegna, ma anche il mal di Sicilia? Vorrebbe scrivere qui e commentare la poesia che predilige?

R – Si, sono un’emigrata degli anni settanta, venuta in Sardegna per insegnare e poi convolata a nozze con un cagliaritano. Pertanto la Sardegna è diventata per me una terra adottiva, alla quale non avrei potuto non affezionarmi, ma la nostalgia per la Sicilia e per il mio paese, con l’avanzare dell’età, si acutizza. Sono un’inguaribile nostalgica, ma oggi cerco di arginare questo sentimento o di gestirlo più pacatamente, allargando l’orizzonte degli interessi che includono altre urgenze e necessità. Una delle poesie che leggo sempre volentieri non fa parte del libro “Muri di pietra”, ma di una silloge ancora inedita di circa 40 poesie tutte in dialetto gallo-italico, una variante del siciliano che si parla ancora in pochi paesi, compreso il mio. Sono pochi versi, dove ho cercato di esprimere  ciò che provo quando ritorno lì. Tutto assume una dimensione diversa, sia fuori che dentro di me, e vivo una specie di piacevole stordimento che mi fa sentire libera da ogni preoccupazione contingente, tanto che potrei nutrirmi davvero solo d’aria. Penso però che questo tipo di sentimento possa essere riferibile a qualsiasi luogo e riguardare chiunque, per vari motivi, sia costretto ad allontanarsi per sempre o per lungo tempo dalla propria terra nativa. Si tratta di un’inquietudine generata dall’assenza e dalla percezione di un “altrove” perduto per sempre, ma che si vorrebbe recuperare. Un sentimento nostalgico che ha dato origine a fiumi di poesia, che viene appunto denominata genericamente come “poesia d’esilio”. Ad esprimerlo non basteranno mai del tutto le parole e solo chi ne ha esperienza diretta credo possa comprendere appieno questa forma di malessere generata nel distacco dalle proprie radici, con una lesione non cicatrizzabile, che inevitabilmente produce crisi e disorientamenti nella personalità.

OGNI  VȎTA

Ogni vôta ca tornu cca
nmenzu a ‘sti casi
cummigghiati ‘i suli
si sciugghiunu i fili
ca ntrizzunu u tempu
l’afa accupusa
si fa vitru trasparenti
e i ma pinsieri
nun pisunu chiù nenti
nun hannu patruni
sbattunu l’ali
e comu l’ucieddi
cercunu u cielu
e si mangiunu l’aria.

OGNI  VOLTA

Ogni volta che torno qui
tra queste case
incartate di sole
si sciolgono i fili
che intrecciano il tempo
l’afa soffocante
si fa vetro trasparente
e i miei pensieri
… leggeri
senza padroni
agitano in alto le ali
e come uccelli
cercano il cielo
e si nutrono d’aria.



D.- Aliud è ancora in evoluzione?

R – Certo, ALIUD è una creatura appena nata e come tale soggetta a mutazioni e consolidamenti.


D- Grazie della sua gentilezza e buon lavoro a lei e tutta la redazione.

R- Grazie a lei per la considerazione e l’attenzione.



lunedì 23 maggio 2016

"Il dialogo": piccola realtà irpina di ampio respiro. Intervista al direttore Giovanni Sarubbi

Quella che segue è l'intervista a Giovanni Sarubbi, direttore de "Il dialogo" (www.ildialogo.org), giornale online nato a Monteforte Irpino (AV), votato al dialogo interreligioso e alla cultura della pacifica convivenza tra i popoli.

La home del giornale online "Il dialogo", fondato da Giovanni Sarubbi


D._ Buonasera, Direttore. Vorrei rivolgerle alcune domande circa la sua rivista online “Il dialogo” (www.ildialogo.org), un periodico di cultura, politica e dialogo interreligioso dell’Irpinia.
Un giornale molto ricco, interessante, senza scopo di lucro, basato sul lavoro volontario.
Quando è nata l’idea di un giornale di così ampio respiro? A quali esigenze risponde?

R. Il giornale è la continuazione su internet di un giornale cartaceo che si è stampato a Monteforte Irpino dal 1996 al 1998. Tre anni molto impegnativi sul piano politico e sociale. Allora il giornale aveva lo scopo di risvegliare la stampa politica cittadina e si inseriva in un progetto politico legato ai partiti di quello che allora si chiamava ULIVO. C’era un gruppo di persone che collaborava che faceva parte sia dell’allora PDS, sia dell’allora Partito Popolare, cioè dei partiti che avevano sostituito rispettivamente PCI e DC. Oltre ai fatti locali il giornale spaziava su molte problematiche di tipo nazionale, quali l’ambiente ed il dialogo interreligioso. In quegli anni si stabilì un rapporto con il Villaggio Evangelico sito a Monteforte, che allora era gestito ancora dalla Tavola Valdese. Quando poi nel 1998 il gruppo che aveva dato vita al periodico, che si stampava ogni 15 giorni ed andava letteralmente a ruba, si sciolse perché perse le elezioni comunali, io rimasi solo e fu quasi automatico il suo trasferimento on-line su Internet che allora stava cominciando a consolidarsi.
Il giornale come è adesso è legato sostanzialmente alla mia passione cinquantennale per il giornalismo. Ho cominciato a scrivere articoli all’età di 14-15 anni e da allora ho sempre continuato prima su vari fogli ciclostilati, come si usava negli anni 60 e 70, poi su giornali nazionali legati a partiti politici di sinistra. Ed è proprio questa esperienza che mi portò nel 1984 alla iscrizione come pubblicista all’albo dei giornalisti. Ho poi collaborato a diversi giornali locali e nazionali, quali “Il Mattino” di Napoli, o riviste dell’area religiosa come Tempi di Fraternità, Confronti, il settimanale della diocesi di Avellino “Il Ponte”. Ed alcuni altri periodici provinciali. Il giornale on-line nacque quasi per scommessa durante una discussione all’interno di un gruppo interreligioso che allora esisteva ad Avellino e di cui facevo parte. Per un annetto feci le prove su uno spazio web gratuito e poi registrai il dominio www.ildialogo.org su cui attualmente è installato il giornale. La svolta fu la tragedia dell’11 settembre del 2001. In quella occasione mi fu chiesta la disponibilità ad ospitare sul sito l’iniziativa della giornata del dialogo cristiano-islamico che fu lanciata proprio subito dopo quei tragici eventi. Seguendo quella esperienza il giornale si è andato via via sviluppando e arricchendo di argomenti, ce ne sono un centinaio attualmente sul sito, su tutto ciò che si muove nell’ambito religioso o politico sociale. Argomenti di punta del sito sono stati la questione dei preti pedofili, di cui siamo stati fra i primi ad occuparci, o la questione dei preti sposati o della omosessualità in rapporto alla chiese cristiane. Ci siamo legati ai movimenti di base della chiesa cattolica ma anche a quelli di matrice protestante. Oggi il sito risponde alle esigenze di quanti cercano informazioni sui temi della pace e del dialogo interreligioso o di una spiritualità scevra da ritualismi e gerarchie, libera  e liberante. Esigenze che in numeri significano una media di visite giornaliere al sito di oltre 6000 persone, circa 200mila al mese e oltre due milioni l’anno.

D._ Il giornale è nato in Irpinia, ma non si rivolge espressamente a un pubblico irpino. Il tema principale del suo giornale sembra essere il dialogo interreligioso: quest’ultimo è presente, in Irpinia? Il suo giornale ha dato un contributo sostanziale a tale dialogo nella piccola realtà territoriale irpina?

R. Il dialogo interreligioso è stato presente in Irpinia e ha sviluppato numerose iniziative, alcune di portata addirittura mondiale. Il tutto si è sviluppato quando ad Avellino era vescovo il compianto mons. Antonio Forte che credeva fermamente nel dialogo ecumenico ed interreligioso. Fino a quando c’è stato lui alla guida della diocesi la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani si faceva molto seriamente e così quella del dialogo con gli ebrei. Sempre mons. Forte fu tra i primi firmatari dell’appello per la giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico, promuovendo iniziative su tale terreno con diverse manifestazioni per la pace fatte in città e con diversi incontri con imam musulmani. C’è stato, ad esempio, un incontro interreligioso in una chiesa della diocesi durante la quale un musulmano irpino parlò dall’altare durante l’incontro, cosa che fino a quel momento era un tabù. Con la sua sostituzione il dialogo ecumenico ed interreligioso è praticamente scomparso, anche per il contemporaneo trasferimento di alcuni preti, anch’essi legati all’ecumenismo, con i quali abbiamo sviluppato numerose iniziative. Si, in quell’epoca come giornale abbiamo dato un contributo sostanziale al dialogo interreligioso. Ricordo, ad esempio, un dibattito sul tema della intercomunione tra cattolici e protestanti di cui abbiamo avuto un episodio in Irpinia, credo unico al mondo. Episodio che provocò molto rumore e scompiglio sia in ambito cattolico sia in ambito protestante ed in particolare nella chiesa valdese.

D._ Molto sentito, nel suo giornale, è anche il problema della guerra e della necessità di porvi fine; ma, nella realtà, l’obiettivo della pace sembra essere molto lontano. Lei crede che il dialogo interreligioso possa davvero contribuire alla pace? Non crede invece che, considerata la tendenza degli esponenti religiosi ad affermare la supremazia della propria religione sulle altre, già questo di per sé pregiudichi la possibilità reale di dialogare, allontanando quindi la pace? O sono altri a non volere la pace?

R. Le religioni, per lo meno fino alla Pacem in Terris di Giovanni XXIII, sono state a rimorchio dei rispettivi governi quando essi scatenavano la guerra. È successo così ancora nel secolo scorso sia con la prima che con la seconda guerra mondiale. Le varie confessioni cristiane hanno combattuto armi in pugno l’un contro l'altra armate per sostenere i propri principi, imperatori, presidenti della repubblica. Cattolici e protestanti in Germania, ai tempi di Lutero, erano alleati nella lotta contro i contadini nella guerra dei trent’anni. Guerra che era sostenuta teologicamente da una corrente riformatrice radicale, gli anabattisti, che rifiutavano la sottomissione ai principi, che fu sancita nella pace di Augusta con la famosa formula “cuius regio eius religio” (cioè "Di chi è la regione, di lui si segua la religione"). Gli eserciti uniti cattolici-protestanti distrussero questa corrente radicale che si era asserragliata nella città di Munster. Fra le confessioni cristiane e le religioni esiste un ecumenismo del male che è molto forte ed ancora esistente. Sulle cose che negano le stesse fondamenta delle rispettive religioni, tutte le religioni vanno d’accordo, a cominciare da quel “non uccidere” che è scritto in tutti i codici religiosi esistenti. Io penso che oggi sia sempre tempo di dialogo fra le religioni. "Non c'è pace tra le nazioni senza pace tra le religioni. Non c'è pace tra le religioni senza dialogo tra le religioni. Non c'è dialogo tra le religioni senza una ricerca sui fondamenti delle religioni". Lo ha scritto il grande teologo e storico Hans Küng. Questa frase campeggia come introduzione alla sua trilogia su Ebraismo, Cristianesimo ed Islam. Quella del dialogo è una strada certo irta di ostacoli ma è l'unica che uomini e donne di volontà buona possono seguire. Tutte le altre portano alla guerra e all'autodistruzione. Abbiamo invece bisogno di teologi che in tutte le religioni sappiano costruire il dialogo. Finora teologi e filosofi sono spessissimo stati usati per supportare, con le loro idee, la guerra. Per la sopravvivenza dell'umanità abbiamo ora bisogno di teologi e filosofi per il dialogo. È questo l'impegno per il quale noi lavoriamo e vogliamo continuare a lavorare.

D._ Noto che il suo giornale conduce alcune battaglie; recentemente ha iniziato a pubblicare una rassegna su “prostituzione, pornografia, pedofilia”. Con quali obiettivi e con quali risultati?

R. Fra le cose che facciamo ci sono quattro rassegne stampa quotidiane. C’è quella sull’Islam, quella sui Brics, quella sulla chiesa cattolica, ed infine quella da lei indicata. É un modo per mettere in circolo notizie su cui riflettere. Quella su “prostituzione, pornografia, pedofilia” ha il preciso scopo di suscitare una sensibilità contro fenomeni devastanti che oramai proliferano soprattutto su Internet. La pornografia è diffusissima e si può capitare su un sito pornografico anche senza volerlo. Le email spam diffondo spessissimo materiali pornografici o link a siti pornografici nascosti in link apparentemente innocui. La pedofilia e la pedopornografia, usano abbondantemente la rete internet per diffondere tali materiali. Insomma abbiamo creduto essere per noi un obbligo morale di fare qualcosa contro tali pratiche che degradano la persona umana e che recano gravissimi danni ai bambini e alle donne. Siamo anche contrari alle varie proposte di legge, di marca fascista e leghista, che vogliono legalizzare la prostituzione, ritornando alla mostruosità dei bordelli del regime fascista. Sono cose inaccettabili contro cui è necessaria una ribellione morale della società sempre più aggredita da spettacoli indecorosi e violenti nei confronti delle donne e dei bambini.

D._ Lei è anche uno scrittore; di recente, ha presentato un libro dal titolo “Avventisti, Christian Science, Mormoni, Testimoni di Geova” per la collana FattoreR, edizioni EMI. Ce ne vuole parlare, in breve?

R. È un libro nato nell’ambito di una collana che ha cercato di fare il punto e descrivere quasi tutte le religioni esistenti. A me è stato affidato il compito di descrivere le quattro religioni nate nel 1800 negli USA. È un libro che io ho scritto perché, come ricordava Kung, per fare dialogo fra le religioni è necessario conoscere i fondamenti su cui esse si basano. È un modo con il quale ho voluto impegnarmi personalmente su tale terreno.

D._ Oltre che scrittore, è anche poeta. Vorrebbe qui scrivere e commentare una poesia che le piacerebbe far conoscere?

R. Definirmi poeta mi sembra eccessivo. Nel corso della mia vita ne ho scritto molte ma non le ho mai pubblicate. Alcune le ho pubblicate recentemente sul sito e riguardano la guerra. È una problematica che mi coinvolge molto e che mi fa soffrire molto. La pace, nella tradizione islamica, è uno dei nomi di Dio. È forse il nome più bello e il più invocato. Vorrei che fossimo tutti poeti della pace, che ognuno di noi riuscisse a tirare fuori dal proprio animo pensieri di pace su cui costruire relazioni, amicizia, solidarietà, senza la quale l’umanità semplicemente non esiste. Ve ne propongo una, l’ultima, amara e dolorosa, che rappresenta bene il dolore che ho nel mio cuore.

UNA BOTTA E VIA
di Giovanni Sarubbi

Gli avevano detto di sorridere, di cantare, di gridare viva l'Italia.
La banda suonava marce militari,
e i bambini applaudivano,
e buttavano coriandoli come ad una festa.
I soldati in colonna marciarono davanti a loro.
Presentarono le armi ai loro familiari.
Si imbarcarono per terre lontane,
tutti volontari, tutti convinti di andare in guerra.
Un vescovo li benedisse e disse una preghiera su di loro.
Era una orazione funebre, ma loro la presero per un incitamento.
Erano già morti.
Lo sapevano i generali.
Lo sapeva il governo che aveva deciso la guerra.
Lo sapeva il vescovo che li benedisse.
A loro avevano detto che sarebbe stato facile,
una botta e via.
In 15 giorni li facciamo fuori tutti e torniamo ricchi.
Questa era la promessa.
Erano 5000, non ne tornò che uno.
Degli altri neppure la piastrina di riconoscimento.
Si guardava intorno come stralunato.
Provarono ad interrogarlo. Non rispose.
Provarono ancora. Non rispose.
Era morto ma vivo.
Aspettava che qualcuno togliesse la spina.



D._Grazie della sua cortese disponibilità!